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UrbanMeta, intervista all’Arch. Cappochin

Padova, sull’ospedale si gioca il destino della città. Intervista all’Arch. Giuseppe Cappochin, coordinatore di UrbanMeta, a cura di Cristiano Cadoni. Pubblicata sul Mattino di Padova il 30 agosto 2015.

Il 2050, fra trentacinque anni, domani. Le città del futuro nascono solo davanti agli occhi di chi sa guardare lontano.

A Padova c’è qualcuno che lo sta facendo? È una domanda che Giuseppe Cappochin si sente fare spesso, come architetto (e presidente dell’ordine della provincia) e ancora di più come coordinatore di Urbanmeta, il gruppo di lavoro che da un anno sta lavorando alle strategie di Rigenerazione urbana sostenibile.

Nel Veneto non c’è un caso come quello di Padova, città che attorno al suo ospedale deve rigenerarsi, riorganizzarsi, rilanciarsi. Ma prima di tutto chiarirsi le idee, perché in pochi mesi si è passati da un progetto di ristrutturazione del vecchio a una nuova struttura a Padova ovest e poi a Padova est e adesso, forse, chissà.

«Si cambia collocazione, apparentemente senza un perché», esordisce Cappochin, dopo aver premesso che «Urbanmeta si occupa del tema su scala regionale», ma anche che «il caso di Padova con il suo ospedale è unico ed emblematico» e dunque non si può fare a meno di seguirne gli sviluppi.

«Va bene San Lazzaro? Ok, allora facciamo uno studio preliminare su quell’area. Però non possiamo fare un piano separato per la zona industriale, perché altrimenti manca una visione strategica d’insieme. Intorno all’ospedale bisogna costruire condizioni favorevoli per l’insediamento di multinazionali della sanità e per l’università. E dobbiamo immaginare i collegamenti. Invece, solo per fare un esempio, si discute di spostare in zona industriale le sale giochi, così da ridurne l’impatto sul centro città. È una visione limitata, che non considera i riflessi, i problemi, le potenzialità dell’insediamento».

Cappochin non lo dice, ma lo fa capire: è un modo vecchio di immaginare il futuro. «Non si può più pensare a una città come prodotto di tanti piccoli interventi, così come non si possono più mettere le auto al centro di ogni progetto. Prima vengono le persone e i loro bisogni. Con il gruppo di Urbanmeta abbiamo studiato le città che in Europa sono all’avanguardia nella rigenerazione e abbiamo capito che lavorano in un altro modo. Se si costruisce un polo di attrazione, che densifica una zona, lì si mettono più servizi e il massimo della qualità. E nella progettazione dei trasporti si parte dalla mobilità pubblica e da quella lenta, studiando i parcheggi per le bici e quelli di scambio. Ovunque la priorità è offrire un trasporto pubblico che costi meno e sia più veloce»

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C’è bisogno di uno sguardo lungimirante

Serve uno sguardo lungimirante, dunque. «In Finlandia, in Francia, in Germania, in Svezia stanno programmando per il 2050», prosegue Cappochin. «E non per rinviare i problemi, come si fa in Italia. Ma dandosi un cronoprogramma stringente. Poi, certo, servono soldi per cambiare le città. In Francia hanno stanziato 12 miliardi di euro per sei anni e sono certi che l’investimento farà girare 44 miliardi. Hanno individuato 600 quartieri da rigenerare, hanno stipulato 400 contratti e concentrano tutti i fondi europei a disposizione in un unico asse, mentre noi li disperdiamo in mille rivoli».

Il Veneto, è stato calcolato, da qui al 2020 può accedere a 2,2 miliardi di finanziamenti europei. Come saranno spesi? «Bisogna avere idee chiare», insiste Cappochin.

«Le indicazioni che ci arrivano da chi è più avanti di noi suggeriscono di individuare un’eccellenza – come è l’ospedale per Padova – e costruirci intorno un’economia, richiamando gli investimenti privati. Ma dobbiamo dare certezza dei tempi e degli obiettivi, cosa che qui non c’è».

Le ricadute, anche quelle, sarebbero certe. «Si parla tanto dell’edilizia in crisi, ma non si considera che su un giro di 120-130 miliardi impegnati nel sistema costruzioni in Italia, almeno 80 sono destinati a ristrutturazioni e in manutenzioni ordinarie», spiega l’architetto.

«Qui abbiamo quartieri privi di servizi, case vecchie e non più sostenibili energeticamente. Ci sono dunque opportunità di lavoro enormi, se si pensa a una riqualificazione delle città».

Se poi il ragionamento si sposta all’attuale ospedale e al futuro del centro città, una volta trasferito il polo sanitario, la linea non cambia: bisogna comunque saper immaginare un altro futuro.

«Demolire? La risposta non è così netta», risponde Cappochin. «In Francia si parla di remodellage intendendo che nelle zone degradate o abbandonate si recupera una parte, un’altra la si elimina e così si aprono spazi per l’arricchimento urbano e architettonico. A Padova abbiamo migliaia di fabbricati vuoti, sfitti, sui quali si dovrebbe ragionare. Molte sono strutture colabrodo sotto il profilo energetico, troppo vecchie per essere recuperate. La certezza è che il futuro non prevede una ulteriore esplosione delle città, semmai un’implosione. E che comunque, per tutto, serve la leva dei soldi. Senza investimenti dello stato, non si può fare molto».